La disullione liberale e la pseudodemocrazia
2 novembre 2011 | Di: Orazio Cangelosi
La discesa in campo di Berlusconi, nel lontano 1994, sembrava essere un punto di svolta per lo scenario italiano; la retorica dell’imprenditore nella veste di Pericle che cambia il mondo aveva sedotto tutti, del resto il tiranno usa parole dolci per raggirare il suo popolo. Sembrava essere una vera e propria metamorfosi analizzabile sotto diversi punti di vista: prima di tutto quello politico, per la prima volta il vivere di politica sembrava essere sostituito dal vivere per la politica; scendeva in campo, non uno dei tanti politicanti solo bravi a porre in essere sofisticate orazioni, ma un imprenditore il cui scopo sembrava essere quello, non di una sterile sopravvivenza economica personale, ma di attenzionare il bene della nazione. Il secondo punto era quello economico: sembrava essere una vera e propria rivoluzione liberale da far tremare i polsi a quei vecchi compagni comunisti che, come Occhetto, avevano sempre creduto ad una lotta di classe del proletariato.
Per la prima volta si sarebbe affermata una politica filo-imprenditoriale capace di comprendere le istanze capitalistiche; meno tasse, si diceva, perchè esse sono la zavorra dello sviluppo delle imprese, come riflesso si pensava ad uno sviluppo sociale poiché un’economia imprenditoriale avrebbe determinato l’aumento dei consumi per i beni di lusso, vero volano dell’economia, e indirettamente si sarebbe affermato quell’altruismo involontario, che sosteneva Smith, verso il popolo, il quale avrebbe beneficiato dell’aumento della produzione, con il conseguente aumento dei salari e dunque un migliore potere di acquisto. Tutte queste ipotesi ottimistiche e velleitarie sono cadute nell’oblio; il liberale salvatore della patria ha perso l’indiscussa credibilità, quel carisma del trascinatore politico che infiammava gli animi di milioni di italiani, spinti verso le diverse piazze perchè attratti dalla sua retorica. E’ evidente che le speranze liberali sono state disilluse poiché ci si è accorti che chi vive per la politica non ha principi più nobili di chi vive di politica; egli, come quest’ultimo, antepone i propri interessi a quelli della collettività. E ciò è ancor più vero se, analizzando con occhi lungimiranti la storia di questo politico-imprenditore, ci si rende conto come alla base della sua crescita e fortuna industriale ci sia stata la protezione politica del socialista Craxi, il quale, con le prime leggi ad personam, riuscì ad affermare l’impresa televisiva berlusconiana a livello nazionale. Quando il craxismo venne a mancare, a causa del terremoto di tangentopoli, ecco apparire sulla scena l’Homo novus ! L’autore della pseudo reformatio rei publicae! Grande ameno inganno! A me pare ricordare quello che scrisse Giuseppe Tomasi di Lampedusa per un contesto diverso ma simile nello stesso tempo: «se vogliamo che tutto rimanga com’è bisogna che tutto cambi». In verità nulla rimase com’era, tutto cambiò…. In peggio! Laddove c’era la democrazia tout court si affermò una libertà finta; il sogno della rivoluzione liberale si trasformò in un mutilato liberismo mancato e tradito; le tasse imprenditoriali non si sono mai ridotte e molte imprese sono cadute nel baratro. Il fenomeno storico del Berlusconismo, tuttavia, è talmente complesso che ogni definizione data sembra essere molto semplicistica e riduttiva; molti “registi caricaturisti”, ispirati dalla musa Talia, ritengono che il Silvio cavaliere sia una figura assimilabile a Benito duce.
Secondo me questa similitudine difetta di una non corretta analisi storico-politica; facendo un confronto tra i due leaders, si possono evidenziare tante differenze: la prima è molto evidente, dato che la discesa in campo di Mussolini è stata quella di un amante della patria, probabilmente ha sbagliato i mezzi, non ha esercitato tuttavia il potere per un vacuo intento personale ma per salvare l’Italietta del periodo…. Berlusconi è sceso in campo perchè non esisteva più un Craxi che cautelasse i suoi interessi imprenditoriali e l’Italia del ’92, tra le mille difficoltà, restava comunque la settima potenza economica mondiale; inoltre il duce istituì, ahimè, la dittatura; Berlusconi però ha forgiato qualcosa di più ibrido e complesso, un potere che definirlo dittatoriale appare un’esagerazione ma la libertà democratica, anche se viva, appare stuprata dalla non cultura o dalla cultura servile del potere e questo grazie agli incensi della divina televisione, reale oppio dell’italiano medio.
Infine mi preme sottolineare come il duce, anche se autore di tante nefandezze, mantenesse comunque quel pudore consono a chi esercita un potere; Berlusconi invece ha introdotto Beautiful nella politica, la sua vita privata sembra essere quella dei protagonisti delle telenovelle della sua televisione.
Da questa mia analisi risulta che la figura politica più bistrattata nella storia della politica italiana sembra ricoprire un ruolo più nobile dell’attuale leader della politica nostrana; personalmente non sono un grande ammiratore di tirannidi poiché credo al principio democratico del liberale Voltaire: «non credo alla tua verità ma lotto affinché tu la possa esprimere». Ritengo tuttavia che in certe situazioni sia meglio una dittatura vera che una democrazia finta.
Il politico Berlusconi ha, in conclusione, i connotati del tiranno di ogni tempo ma la maschera seducente del politico democratico che spinge il popolo ad accettare il suo credo. La legittimazione della sua politica sembra essere legata a quella mistificazione che ogni tiranno di turno effettua per giostrare e orientare a suo favore il consenso popolare.
Le sue azioni sembrano germogliare da quelle infide intenzioni di Aristodemo nella tragedia di Vincenzo Monti, riporto qui i versi: «facciam profitto dell’altrui debolezza. Il volgo è sempre per chi l’abbaglia, e spesse volte il regno è del più scaltro. Deludiamo adunque la plebe insensata, e di Licisco si corregga l’error: ne sia l’emenda il sangue di mia figlia, e col sangue il popolo si compri e la corona».
Al tiranno del nostro tempo però non servono più le false offerte agli dei, gli basta firmare patti ed esplicare velleitarie promesse in demenziali programmi televisivi, mezzi concreti per creare quella mistificazione oleografica della realtà politica.
In: Democrazia, Politica, Società
