Riflessioni sul concetto di lavoro come “fatto sociale”

1 settembre 2011 | Di: Davide Maria De Filippi

Riflessioni sul concetto di lavoro come “fatto sociale”

Nei tempi contemporanei si può ipotizzare una morfogenesi sociale del lavoro, dove la stessa occupazione può essere considerata “un fatto sociale”. Siamo di fronte ad una profonda rivoluzione nel lavoro, caratterizzata da incertezza del lavoro, insicurezza nell’accesso al lavoro, perdita dell’occupazione, precarietà del modello di sviluppo. Il lavoro sembra essere diventato una merce come tutte le altre: una merce “usa e getta”. Nella tradizione del pensiero filosofico il lavoro è stato sempre considerato come un fatto economico, legato alla produzione. Oggi, invece, sembra “emergere” dalla, e sembra basarsi sulla, “relazione sociale”. Sono intervenuti due fenomeni sociali di grande portata legati ai processi di globalizzazione economica e sociale in atto. Stiamo assistendo ad una profonda trasformazione del senso del lavoro, rivoluzione che muta alla base la sua intenzionalità, il suo significato e la sua utilità. L’economico ed il sociale evocano due livelli di realtà che si differenziano e nello stesso tempo si intrecciano sempre più fra loro. Difficoltà, complessità, trasformazioni, flussi e disagi che riguardino il lavoro possono essere compresi solo se si osserva come processo di un fenomeno carico di tutti gli imprevisti socio-evolutivi e di ogni imprevedibile significazione. Il lavoro si rappresenta con l’immagine del fare, in un insieme di relazioni sociali, economiche e istituzionali. È raro che venga visto come una relazione in se stessa: lavoro come servizio con conseguente umanizzazione del lavoro. Manca una teoria sociologica generalizzata del lavoro come relazione sociale. Naturalmente tutto questo presuppone, e rimanda allo stesso tempo ad una nuova “filosofia del lavoro”, imperniata non più nel fare (produzione), bensì sull’essere con (relazione). Solo una visione del lavoro come relazione sociale nella quale è inclusa una comunicazione ‘altra’ rispetto a quella del mercato capitalistico (tipicamente moderno) può farci comprendere il senso e le funzioni del lavoro nella società del prossimo futuro, fuori dalle alienazioni moderne e postmoderne. Libertà e lavoro sembra essere un binomio imprescindibile, la cui urgenza è rappresentata dalla liberazione della persona umana da certe forme di lavoro mercificato, alienante o strumentale/adattativo. Sembra emergere un nuovo paradigma del lavoro che si prefigura come attività sociale fatta di reti e di relazioni sociali integrate basata su un’autonomia, un servizio e una libertà di scelta. Il passaggio cruciale avverrà quando non ci si limiterà più a “produrre” per esempio servizi da destinare agli altri come merci a pagamento regolate da accordi economici e politici, ma quando tramite un’azione reciproca di soggetti (coessere) s’interagirà come “produttori-distributori-consumatori”. Questa nuova relazionalità del lavoro richiede una nuova cultura contrattuale, quella dei ‘contratti relazionali. Modifica tutti i sistemi previdenziali e di sicurezza sociale legati al complesso dei diritti-doveri di cittadinanza. La dinamica di reti di produzione-distribuzione-consumo è un fenomeno complesso emergente, che però è destinato, seppur lentamente e gradualmente, a sostituire i processi del lavoro-produzione-consumo, in un futuro che sarà pieno di lavoro societario che libererà le persone da ogni alienazione, precarietà, sfruttamento, perché s’integrerà su attività lavorative fondate su azioni e relazioni sociali, dove tutti gli altri saranno causa ed effetto del lavoro emergente. Dire che il lavoro è ‘un fatto sociale’ significa osservare che esso implica rilevanti dimensioni economiche, politiche, giuridiche, ma non è riducibile ad alcuna di esse. Il lavoro come “fatto sociale” non è prerogativa della sfera politica o di quella economica o di quella giuridica. Il lavoro, in quanto fatto sociale che vive di, e costruisce, società risulta essere una dimensione complessa della vita sociale nel suo insieme, riferito sia alle persone sia alla stessa società. Il lavoro del futuro non potrà che essere il fattore sociale che determinerà l’intera società, anche se su concezioni e presupposti diversi. Oggi la ricerca sul lavoro è orientata a discernere in una società complessa un’idea di lavoro che non sia più strumentale o codificata nei termini servo/padrone, ma capace di saper generare e rigenerare umanizzazione nelle relazioni di scambio. Se una relazione sociale è un insieme di quattro dimensioni integrate: economiche (mezzi di lavoro), politiche (scopi, intenzioni), sociali (regole, norme) e culturali (valori, significati) il lavoro viene osservato come la relazione dall’interazione fra le quattro componenti. Effetti perversi dell’homo oeconomicus saranno profonde tensioni, spersonalizzazione del lavoro ridotto ad individuo astratto. La concezione del lavoro oggi passa dal lavoro/dovere al lavoro/diritto. Oggi il lavoro è una dimensione essenziale della persona umana perché essere relazionale. Se cambia il concetto di lavoro, anche quello di scuola dovrà per forza cambiare, e questo, tra resistenze e corporativismi, è un processo in atto. Il criterio-guida di questi cambiamenti sta nel configurare il lavoro in modo tale da ottenere prodotti qualitativamente migliori sotto molti aspetti rilevanti, sia dal lato di chi lavora, sia dal lato di chi utilizza il prodotto del lavoro. Il lavoro, quindi, si orienta alla persona umana, che agisce e che vuole che la sua azione sia riconosciuta e apprezzata come portatrice di senso e tassello seppur minimo ma indispensabile dell’impalcatura complessa della realtà sociale. La modernità espressa dal capitalismo ha spesso sfruttato a proprio vantaggio, riuscendo a sopravvivere così alla profezia implosiva marxiana fino ai giorni nostri e riuscirà ancora a sopravvivere per molto tempo ancora, queste esigenze, specialmente quando v’intravisto delle potenzialità umane. Entrambe, però, hanno in comune la globalizzazione di una critica nei confronti dell’ideologia capitalistica borghese. Il diritto ad un lavoro, liberamente scelto ed il diritto di lavorare liberamente sono i passaggi da una visione individuale definita da quell’ognuno ad una visione della persona umana che vive e agisce nella società, e che la stessa genera e rigenera a sua volta, è fondamentale. Occorre vedere il diritto al lavoro come diritto nei confronti di beni che non fanno riferimento all’individuo astratto, ma si riferiscono alle relazioni sociali e consistono delle relazioni sociali attraverso cui l’individuo diventa e può vivere come persona umana. È dovere della società nel suo insieme assicurare, come per la salute, le condizioni ambientali e sociali di riconoscere ai soggetti un valore sociale di tutte le relazioni che creano lavoro e non solo intervenire per regolarne gli effetti. Ci sono esempi concreti della vita sociale che fanno intravedere un nuovo paradigma relazionale/umano del lavoro. Il problema sta nel vedere se queste forme innovative che intenzionano un nuovo modo d’intendere l’economia e il lavoro avranno o meno la forza di enucleare e diffondere un nuovo modello, un nuovo paradigma del lavoro sociale, oppure se si limiteranno a sfruttare norme ed orientamenti legislativi, che alla fine le avvilupperanno inesorabilmente nel normale processo storico della vita sociale di tutti i giorni. Purtroppo, il modello cooperativo si è avviato ad essere un modello cooperativistico-imprenditoriale, finendo per sclerotizzarsi in un collo di bottiglia e legandosi a filo doppi al profitto-consumo, falsando inequivocabilmente i presupposti solidaristici originari. Il movimento cooperativo ha ormai abbracciato le regole del mercato, trascinando con sé molta parte del cosiddetto Terzo settore, pur nel debole tentativo di salvare le apparenze mediante il sistema del rimborso spese. Ciò che è in causa è il senso sociale del lavoro in quanto non più governato (né governabile) dal sistema politico-amministrativo, ma in quanto necessitato da una società civile che si scopre allo stesso tempo più dinamica e però anche più caotica, incontrollabile, ambivalente, paradossale, e dunque fonte di nuove risorse ma anche di nuovi rischi. Le politiche del lavoro derivano il loro carattere politico dal fatto che emerge un modo nuovo di percepire e fare lavoro nelle varie sfere sociali che promanano dalla società civile. Il lavoro non è soltanto un agire economico, uno strumento di produzione di beni di consumo da monetizzare. Il modello è aperto a tutti: chiunque può entrare e portare il suo impegno. Nella concezione dello Stato etico e del rapporto fra l’individuo e lo Stato Hegel fa dello Stato la dimensione universale del singolo, interiorizzata da ognuno e trasformata in coscienza comune, in una comune visione del mondo. Uno dei due momenti mediante cui l’individuo diventa parte della collettività è la professione. L’altro momento è la cultura, costituita da un sapere comune, di cui ognuno partecipa appropriandosene. Fedeltà e obbedienza alla propria professione, come pure obbedienza di fronte al destino e oblio di sé nel proprio lavoro, hanno a fondamento l’abbandono della vanità, dell’albagia e dell’egoismo di fronte a ciò che è in sé e per sé, e necessario. La professione è qualcosa di universale e necessario e costituisce un certo lato dell’umano vivere in comune. Essa è dunque una parte di tutta l’opera umana. La professione è certo una singola sfera determinata, ma costituisce tuttavia un membro necessario del tutto ed è anche in se stessa, a sua volta, un tutto. L’uomo che adempie fedelmente ad un piccolo incarico, si mostra capace del più grande, poiché ha mostrato ubbidienza, una rinuncia ai propri desideri, inclinazioni e immaginazioni. La professione appare come destino, ma l’individuo deve farla propria e viverla come scelta personale. In questo modo possiamo superare la nostra individualità, la vanità e l’egoismo. Esercitando una professione, l’individuo contribuisce al funzionamento della società nel suo insieme e quindi s’inserisce in una dimensione che va oltre la propria individualità. Svolgendo il compito che la professione gli assegna, l’individuo assume un ruolo sociale, diventa parte del tutto e allora la sua azione, per quanto possa essere circoscritta, s’iscrive nella dimensione collettiva e universale della società.

BIBLIOGRAFIA E TESTI DI RIFERIMENTO:

• Il lavoro come “fatto” sociale
Morfogenesi sociale e principi di una teoria relazionale del lavoro
A cura di Paolo Coluccia (mailto:paconetò@libero.it)
http://digilander.libero.it/paolocoluccia ;

• G. W. F. Hegel, Propedeutica filosofica;

• Menabò di etica ed economia;

• Valutazione, gestione del personale e controllo del costo del lavoro nella pubblica amministrazione (novità ed adempimenti del d. lgs. “Brunetta”)
A cura di Davide Maria De Filippi;
• Codice di Camaldoli 1943;

In: Lavoro

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