MANOVRA FINANZIARIA 2011 E GIOVANI PRATICANTI

19 agosto 2011 | Di: Davide Maria De Filippi

Nelle recenti polemiche che hanno contraddistinto il debutto della “manovra finanziaria 2011” uno dei passaggi che più mi ha interessato, in quanto praticante consulente del lavoro, a settembre al secondo anno di pratica, è la nuova norma che obbliga gli studi professionali a pagare i praticanti «equamente» (come già suggerito dall’ Antitrust) e come testualmente scritto «in base al suo concreto apporto» alle attività di studio professionale. Partendo dall’incipit che di norma, o per meglio dire in una logica tipicamente nordica, il praticante andrebbe retribuito non solo quando avrà acquisito la qualifica di praticante patrocinato, nei settori che contemplano questa figura (cioè a dire il praticante che abbia acquisito certe qualifiche necessarie indicate dai Consigli Nazionali) mi rivolgo alla situazione di tutta quella categoria di ragazzi, come me, che ha deciso di intraprendere la libera professione e necessariamente prima di sedersi sui banchi delle aule dove sosterranno gli esami di abilitazione iniziano, a volte, il vero calvario di un biennio dove, spesso, a fronte di nessuna entrata mensile viene loro chiesto un carico enorme di lavoro, la maggior parte del quale non sempre connesso alle attività per le quali la logica del praticantato darebbe spiegazione. L’usanza di prendere come praticanti soggetti a cui in rari casi vengono corrisposte cifre mensili esigue (nella stragrande maggioranza dei casi che ho sentito chi incassa appena 300 euro mensili si deve reputare realmente baciato dalla dea bendata) e nella stragrande maggioranza dei casi non viene corrisposto nulla si intreccia anche a storie fatte, spesso, di trattamenti non sempre ottimali con la conseguenza che il praticante, come unità produttiva non gratificata, a fronte di un lavoro che invece svolge con cura, ha un indice di produttività basso dovuto alla frustrazione che accumula giornalmente. D’altro canto però la consuetudine di non corrispondere indennità mensile, consuetudine ormai divenuta vera e propria legge di mercato, affonda le sue basi anche e soprattutto nell’eccessivo sbilanciamento che il mercato, in alcuni settori, offre dove ad una richiesta in costante crescita di “dominus” segue una ovvia non necessità di corresponsione mensile di corretta retribuzione per la ricerca di un collaboratore di studio. Nello specifico, però, vorrei sottolineare che il criterio di corresponsione di indennità secondo la dicitura “in base al suo concreto apporto” può benissimo, se immessa nelle logiche di mercato attuali, essere trasformata e manipolata riuscendo a raggiungere l’obiettivo di legalizzare, cosa ancora più grave, la mancata corresponsione di indennità monetaria al proprio praticante che, ovviamente, non avendo liceità operativa, se non in qualche caso e non in tutte le professioni, di esercizio pieno dell’attività di studio risulta, spesso, essere messo all’angolo a fronte di un esoso lavoro magari da questi svolto nelle retrovie. Aggiungo a tal proposito che nelle tante discussioni che ho fatto con miei coetanei e colleghi di pratica molti di loro concordano sul fatto che qualora si volesse rendere realmente valorizzata la figura del praticante a questo dovrebbe essere obbligatoriamente concessa una retribuzione mensile fissa a cui potrebbe aggiungersi una indennità di produzione connessa a variabili atte a quantificare nello specifico l’apporto pratico da questi dato, quali ad esempio la delega di firma negli atti da questi prodotti sulla base del rapporto di praticantato che darebbe liceità al praticante di rappresentare il dominus professionista. A mio avviso, però, nemmeno questa variabile potrebbe essere la soluzione reale giacché il problema che attanaglia il settore è un problema di regole di mercato alterate a cagione di una logica forse errata di libero accesso già a monte agli studi universitari. Il numero chiuso potrebbe, forse, essere la soluzione e se si guarda al mondo del settore medico le statistiche dicono che l’introduzione della restrizione all’accesso alla professione sta dando i suoi primi risultati e fra una decade circa le regole del mercato saranno, nuovamente, equilibrate ma a questo punto entra in gioco, a mio dire, un’altra logica di valutazione quale quella della “discrezionalità o meno” della selezione, discrezionalità che verrebbe a riguardare tutti i settori universitari in questione facendo si che questa variabile non dipenda più da leggi (giacché il passatempo preferito ormai in tutta la penisola è quello di trovare gli escamotage per fuggire alle prescrizioni imposte) ma sarebbe una variabile inevitabilmente alterata a causa del modo stesso di pensare della collettività ed in particolare di molti di noi nativi del sud. In sintesi, quindi, si arriva alla conclusione che come sempre capita nei mercati, di qualunque genere essi siano, il funzionamento di questi dipende solo dalle variabili umane ed allo stato attuale non so se il numero chiuso universitario generalizzato, combinato a logiche come quelle indicate nella manovra, sia la soluzione a quella che io spesso chiamo “la dura vita del praticante”.
Davide Maria De Filippi
Praticante Consulente Del Lavoro
(appartenente per sua fortuna alla schiera dei “super –baciati” dalla dea bendata)

In: Lavoro

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