RIFLESSIONI NEWYORKESI
28 aprile 2011 | Di: Davide Maria De Filippi
Stamani mentre facevo come mio solito la rassegna stampa del mattino mi balzava agli occhi un articolo concernente “congiuntura economica e Stati Uniti” ed, essendo da poco tornato da una permanenza in quel continente, interessato scorrevo le righe della pagina. Il suo contenuto era il classico ormai declinato da tempo quale perdita di posti di lavoro, perdita della produttività del tessuto industriale della nazione a stelle e strisce, in sintesi declino economico del sistema capitalistico per eccellenza. Certo non mi arrogo la pretesa di effettuare giudizi diversi da quelli di personaggi assai più autorevoli di me però voglio comunque rendervi partecipi di quelle che io stesso ho appellato le mie “personali riflessioni newyorkesi”. Da osservatore esterno e di breve durata due cose mi hanno colpito, in particolare, durante la mia permanenza quali la varietà degli spettri di estensione delle posizioni lavorative che si trovavano sul mercato e l’eterogeneità di coloro che tali prestazioni effettuavano. Ho visto poliziotti dai tratti somatici ispanici, tassisti con i tradizionali turbanti indiani, venditori di cibi da strada dalle carnagioni indoeuropee; Adesso che sono ritornato nella mia amata patria mi chiedo se un quadro come quello visto possa essere esportato anche in terra italica. Certo mi si dirà che l’integrazione da noi ha raggiunto livelli ottimali, anche se io ancora non ho visto poliziotti di colore o dai tratti somatici maghrebini; Non ho visto nemmeno numerosi “lavoratori atipici” di cui, invece, sono ricche le strade americane e soprattutto non ho percepito la stessa possibilità di “scala mobile sociale” che respiravo per le vie della grande mela. Non voglio negare che quel tessuto abbia i suoi numerosi difetti ma mi viene da pensare che forse la gente di quel continente dia al lavoro un peso diverso da quello che noi italiani gli diamo. Non credo che i giovani americani considerino “disdicevoli” fare certi tipi di lavoro o si preoccupino di quello che gli altri possono pensare, credo invece che la mentalità ricorrente a livello di sociologia del lavoro sia che qualunque lavoro di qualunque genere sia per loro solo una piattaforma di inizio per uno migliore. Vendere hamburger per strada, promuovere pollerie vestiti da tacchini per loro altro non è che l’incipit per un guadagno di base da cui partire per fare la scalata sociale; forse sarò un illuso ma credo fortemente che negli States se oggi servo ai tavoli di un fast food fra 365 giorni esatti potrò benissimo essere diventato un impiegato di banca e su questo, quindi, che si snocciolano le mie spicciole riflessioni cioè che il meccanismo capitalista statunitense sia diverso da quello italiano proprio per il peso e per la considerazione stessa di attività lavorativa che i giovani italiani fanno rispetto ai loro coetanei d’oltreoceano. Sicuramente nel nostro tessuto ci sono le eccezioni ma da quello che vedo purtroppo queste sono di livello esiguo e proprio a cagione di ciò molte posizioni lavorative ormai le affidiamo ad altri perché noi non vogliamo più farle perché tutti siamo andarti in una università ed abbiamo studiato anche se, sempre in quello strano paese che si trova a circa ottomila chilometri di distanza da noi, pure i laureati non si fanno scrupolo a servire ai tavoli o a sponsorizzare le pollerie proprio perché per loro è solo un lavoro trampolino per uno sempre migliore. Loro credono ancora nel sogno americano mentre noi lo abbiamo adattato alle nostre esigenze e forse per questo il nostro capitalismo ormai è molto diverso dal loro e per questo funziona peggio; O magari chissà forse è colpa solo della congiuntura negativa ammesso che tutti sappiano in che cosa consista realmente e non sia uno specchietto per le allodole dietro cui ci nascondiamo e ci giustifichiamo. O forse sono soltanto io che per mia inclinazione penso sempre male…
In: Società
