Disoccupati: ha ragione Tremonti?
18 aprile 2011 | Di: Carmelo Cutrufello
Scelta o casualità? Primo: non generalizzare. C’è chi è disoccupato perché la crisi ha creato un vuoto pneumatico in alcuni settori dell’economia e ridotto fortemente la possibilità di riassorbile le specialità di chi è stato estromesso dal mondo del lavoro in seguito a quegli eventi.
Secondo: c’è chi è disoccupato per propria colpa. In molti quando hanno cominciato il percorso formativo hanno scelto la via più semplice, lo hanno fatto senza nemmeno leggere gli annunci di lavoro, senza la minima coscienza di quali fossero le figure professionali più ricercate ed oggi pretendono di trovare lavoro con il pezzo di carta che hanno ottenuto. Si tratta di irresponsabilità pura, scaricata sul sistema politico e formativo.
Via da questo, si dovrebbe ovviamente riflettere sul sistema della formazione: università, scuola, formazione professionale non istruiscono e non formano. Quando si esce da quelle esperienze non si è pronti. Un imprenditore vorrebbe assumere un collaboratore che, una volta entrato in azienda, fosse produttivo in una settimana, invece ci si trova a dover formare il soggetto per mesi o anni con costi assurdi (due anni di stipendio pagati a vuoto arrivano a costare 20 o 40 mila euro e la mancata produzione di quel lavoratore è incalcolabile: potrebbe raggiungere una forbice tra i 200 ed i 400 mila euro, se non il doppio). È chiaro che c’è qualcosa che non va.
In più ci dobbiamo ricordare che avere il posto di lavoro sotto casa non è un diritto costituzionale: interi paesi, intere regioni del nostro Paese, si sono svuotate trasferendo le proprie forze migliori negli USA, in Argentina, Brasile, Germania, Svizzera, Francia. Le occasioni lavorative vanno colte dove ci sono. La responsabilità della classe politica è di creare quelle condizioni che favoriscano il fiorire dell’impresa privata non quella di dare lavoro a chicchessia: lo Stato non è il prestatore di lavoro di ultima istanza.
Bisogna, poi, avere il coraggio di rinnovarsi. Dieci fa non esistevano Apple e il suo I-phone, Google, Facebook e il resto della “moderna” new economy. Oggi, ragazzini di 12 o 13 anni programmano per questi colossi internazionali creando delle loro micro imprese, il loro lavoro è produttivo e navigano in un mercato che raggiungerà quest’anno 35mld di dollari. Quanti ingegneri elettronici, informatici, periti e figure simili percorrono questa strada? Hanno questi il coraggio di rischiare o si aspettano che la STM di turno faccia un’infornata di assunzioni?
Tornando a quanto affermato dal Ministro Tremonti. È ovvio che si tratta di un’esagerazione: quel “lavorano tutti” voleva semplicemente dire che si adattano meglio e più in fretta dei nostri giovani alle esigenze del mercato. È altrettanto ovvio che sembra inopportuno paragonare un immigrato non in possesso di titolo di studio riconosciuto con un qualsiasi laureato italiano. Però. Però vediamo il mondo del lavoro per com’è: oggi non c’è modo di assorbire (né ci sarà mai) quella massa di competenze in comunicazione, ma restano aperti i posti come banconista al supermercato: essendo inutile il titolo per accedervi, il datore di lavoro guarderà la puntualità, la serietà e anche (purtroppo) la “docilità” del lavoratore. Risulta ovvio, così, che il migrante vi si adatterà senza pretese, mentre il giovane italiano, con laurea in comunicazione, non lo farà. Resta il fatto che è una sua scelta non lavorare in quel posto, a quello stipendio ed a quelle condizioni, che comunque sono quelle minime garantite per legge.
Quali sono le soluzioni. Per chi è già nel mondo del lavoro, nel breve, è necessario adattarsi a tutto; nel lungo periodo invece deve pensare ad una riqualificazione. Inoltre, se il lavoratore subisce un torto deve denunciare la situazione senza remore perché solo in un quadro di legalità si può intervenire. La politica deve concordare con le parti interessate (e poi fare) le riforme necessarie a garantire una migliore vivibilità delle aziende nel sistema economico internazionale e deve incentivare la loro crescita ed il loro sviluppo.
Chi ancora è in fase di formazione o la deve iniziare deve avere il coraggio di scegliere percorsi difficili e scomodi ma di “sicura” occupabilità all’università o nella formazione specialistica tecnica: aiuterà a lavorare con continuità e a soffrire meno nelle fasi di recessione.
Chi ha un titolo di eccellenza, lo dico a malincuore, deve andare dove può esprimersi. A titolo personale spero che torniate perché siete l’Italia migliore, ma non sacrificate inutilmente la vostra vita sull’altare di un Paese Ideale che non esiste.
In: Economia
