W l’Ialia!

18 marzo 2011 | Di: Giuseppe Scialabba

Cari giovani e diversamente giovani,

la giornata di oggi è solenne: celebriamo infatti il 150° anniversario dell’unità d’Italia. Un evento che per noi siciliani coincide perfettamente con il 150° anniversario del regresso, delle occasioni di rilancio avute e non sfruttate a dovere.

Ma siccome nessun fatto storico accade senza alcuna motivazione, vorrei ricostruire con voi il percorso fatto dalla società siciliana in questi 150 anni, partendo dal 1860, e precisamente dal 21 ottobre, quando in Sicilia si svolge il plebiscito. Andarono a votare in ben 432.720, che rappresentava il 75% del totale degli iscritti alle liste elettorali. Il risultato fu di 432.053 ad appena 667. Sicilia annessa al Regno D’Italia, dunque. Una Sicilia che però era culturalmente e economicamente inferiore rispetto alle altre regioni del nuovo Regno: analfabetismo che superava l’89%, arretratezza delle infrastrutture (non vi era neppure un chilometro di ferrovia e oltre centocinquanta comuni erano sprovvisti di strade carrozzabili), presenza di una classe borghese ancora grezza e latifondista, brigantaggio presente in percentuali così elevate da far preoccupare persino gli amministratori settentrionali.La situazione mutò, seppur in esigua misura, con la Destra storica, che aveva esteso la Costituzione piemontese al resto d’Italia, migliorato il sistema scolastico e imposto una severa politica fiscale che permise però l’avvio di un programma di realizzazione di infrastrutture, anche al Sud. Le situazioni che contribuirono al sempre più grande divario tra il Nord e il Sud Italia furono anche la guerra commerciale con la Francia, l’invasione della fillosseria e la concorrenza internazionale, che posero fine al boom economico degli anni precedenti, che videro la Sicilia rialzarsi attraverso la produzione di zolfo e il successo sui mercati internazionali degli agrumi, del vino e degli ortaggi. Questa situazione economica preoccupante portò al proclamo del primo sciopero agricolo della storia d’Italia, che tuttavia la Sinistra con Crispi soppresse con l’esercito, con un bilancio finale di 85 morti e centinaia di feriti.

Con il Fascismo si arrivò all’utopia che la Sicilia potesse facilmente tornare competitiva, ma il risultato fu che si trattò solo di slogan, a cui non seguirono fatti concreti. Gli acquedotti realizzati furono appena il 2,6% delle opere analoghe realizzate nel resto d’Italia, per dissodare i terreni appena l’1,5% rispetto al resto del Paese, per la bonifica agraria, su un fabbisogno programmato di 1,2 milioni di ettari, si finì con l’interessare solamente novemila ettari. Un importante fattore che contribuì ancora di più ad una crisi dell’economia, fu l’approvazione della legge Rocco nel 1926, che finì con il sopprimere la libera iniziativa. La produzione di zolfo passò dalle oltre 5000 tonnellate dell’inizio secolo alle appena 30 mila del 1944.

Dopo la seconda guerra mondiale vi fu un periodo caratterizzato da un elevatissimo tasso di disoccupazione e dalla fame. Bisogna però sottolineare che nei primi anni dell’era fascista nacquero importanti associazioni, come l’Unione Economica Siciliana e l’Unione Negoziantinata a Palermo nel 1920, e inoltre fu un periodo di prosperità per le industrie, anche grazie alle poche, ma efficienti compagnie straniere, come la Pallme Konig, che si occupava della distillazione del carbone fossile.

Lo statuto speciale siciliano viene emanato da re Umberto II il 15 maggio 1946, ovvero antecedentemente alla Costituzione della Repubblica Italiana, che lo sancì con l’apposita legge costituzionale n.2 del 1948. Nascono intanto il Movimento Indipendentista Siciliano e l’EVIS, ovvero l’Esercito Volontario per l’Indipendenza Siciliana, guidato da Canepa. Movimenti che però falliscono, seppur si siano registrate due vittorie elettorali del MIS con Alessi e Restivo. La Sicilia diviene allora un vero e proprio feudo DC, che si dimostra l’unico partito in grado, a livello sia regionale sia nazionale, di cambiare le cose. Nascono infatti in questo periodo: la Sofis, prima società finanziaria pubblica istituita in Italia; l’Ente minerario siciliano; l’Ente siciliano per la produzione industriale; l’Azasi; l’Ente Sviluppo Agricolo. Tra le note positive della politica regionale, ricordo l’approvazione di una legge per l’elezione diretta dei Sindaci e dei Presidenti di Provincia del 1992, approvata prima del Governo nazionale.

Ma alla fine l’unità d’Italia non è stato un pessimo affare per la Sicilia. Con i Borboni la Sicilia aveva sì un debito pubblico molto basso e una pressione fiscale modesta, ma non disponeva di un chilometro di ferrovia né di una rete stradale che favorisse i collegamenti interni, pochi porti attrezzati e nessun cantiere navale per le macchine a vapore, un sistema bancario piuttosto modesto, che non era in grado di esercitare il credito, realtà industriali limitate alla fonderia Oretea, gli stabilimenti vinicoli Woodhouse, Beniamino Ingham e il grande Vincenzo Florio.

Con l’Unità, invece, arrivano le infrastrutture, si modernizza il credito e l’agricoltura fa parecchi passi avanti, ma i problemi presenti centocinquanta anni fa sono presenti ancora oggi: classe agraria arretrata, analfabetismo diffuso a cui si può aggiungere la piaga della disoccupazione, in particolare di quella giovanile, che nell’isola è superiore alla media nazionale.

La questione meridionale, dunque, è una questione più che mai attuale.

Oggi il nostro Governo ha pensato, erroneamente, di stanziare oltre 50 milioni di euro per la ferrovia Torino-Lione, opera sì importante per l’economia estera, ma inutile dato che in Sicilia siamo costretti a vedere ferrovie in pessimo stato, risalenti al dopoguerra. Ha pensato anche di bloccare gli ultimi miliardi di quei famosi fondi FAS stanziati ma mai arrivati nelle casse della Regione, ma fortunatamente Fini ha fatto la scelta giusta e si è opposto. Nella manovra finanziaria i decrementi dei finanziamenti verso le regioni meridionali sono stati enormi e penalizzanti, visto che i problemi da risolvere sono tanti e la disponibilità economica, complice anche il momento di crisi in cui viviamo, è pressochè esigua. E nonostante questo, la Lega Nord sta tentando, attraverso il federalismo fiscale, di danneggiare ulteriormente la nostra isola. Secondo i dati emersi da un’indagine del PD, Palermo perderà oltre il 50% dei fondi ISU, per non parlare degli altri capoluoghi regionali.

Ma addebitare la colpa solamente al Governo nazionale è sbagliato, perchè l’estate scorsa la Comunità Europea aveva stanziato, per lo sviluppo delle regioni sottosviluppate, svariati miliardi, che non sono stati spesi nella loro integrità e dunque rimandati indietro.

Noi fummo da secoli calpesti, derisi, perchè non siam popolo, perchè siam divisi. Raccolgaci un’unica bandiera, una speme […] Uniamoci uniamoci, l’unione e l’amore rivelano ai popoli le vie del Signore”.

Un invito al senso di responsabilità e all’unione quello fattoci da Goffredo Mameli nel nostro inno nazionale.

Parole certamente importanti, sulle quali tutti siamo invitati a riflettere.

Occorre che tutte le tendenze scissioniste si ricredano, onorando quella gente che centocinquanta anni fa perse la vita per realizzare quel sogno di un’Italia unita da molti auspicato. Che esse contribuiscano per un rilancio del Meridione e della nostra Sicilia.

Perchè, Casini dixit:

È parecchio triste che questo 150° anniversario dell’unità d’Italia venga macchiato da gesti demagogici e irresponsabili, come quelli che la Lega inscena ogni volta che gli è possibile. È una vergogna

W L’ITALIA!

In: Cultura e Storia

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