In favore di chi vuole la democrazia solo se esiste il pericolo di emigrazione di massa

18 marzo 2011 | Di: Giuseppe Scialabba

Soffiano nuovi venti di democrazia nel Nord Africa. In alcuni Paesi (Tunisia ed Egitto, ndr) sono già caduti due feroci dittatori, tali Ben Ali e Mubarak “Rubacuori”, zio della più famosa Ruby. Un altro, Gheddafi, forse il più feroce dei tre, al Governo libico dal 1969, dichiara: “Resterò fino alla morte”. Parole a cui subito dopo seguono i fatti: repressione delle rivolte con l’esercito e successiva riconquista dei territori in mano ai ribelli, ad esclusione della Cirenaica che resta in mano loro. Ma è pressochè inutile narrare le vicende che si susseguono ogni giorno, con enormi spargimenti di sangue: quelle si apprendono facilmente da telegiornali e quotidiani.

Intanto però volevo fare una riflessione circa il rapporto che l’Italia ha avuto con la Libia, un rapporto iniziato dai vari Prodi, D’Alema e Amato, personaggi di sinistra che adesso tanto si lamentano, ma che alla fine degli anni ’90 aiutarono Gheddafi per il suo rientro nella Comunità Internazionale in seguito al suo allontanamento dopo l’attentato di Lockerbie (riporto le parole di Gheddafi durante il suo viaggio in Europa il 27 febbraio 2004: “Voglio esprimere la mia gratitudine a mio fratello Romano”, a cui seguirono quelle di Prodi “Oggi è un grande giorno per l’Europa”), e nel 2008 votarono “Si” al trattato italo-libico, che prevedeva un versamento dell’Italia nelle casse libiche di una cifra pari a cinque miliardi di euro, in cambio di uno stop dell’emigrazione verso le coste italiane e la fornitura di petrolio e gas da parte della Libia. Un trattato a cui si opposero soltanto I Radicali, l’UDC e l’IDV. Poi, l’anno scorso, l’Italia con Silvio Berlusconi raggiunge il limite: accoglienza di lusso per Gheddafi, che per Berlusconi è “un leader dalla grande saggezza”, il quale si accomoda con elefanti, tende enormi dove tiene seminari di Corano per circa cinquecento ragazze e una richiesta all’Europa di ulteriore denaro con minaccia allo stesso continente di diventare “nero”.

Ma la mia voleva essere una riflessione di altro genere. Due settimane fa, a Ballarò, Nando Pagnoncelli mostrava alcuni sondaggi. Uno, quello che ha più di tutti attirato la mia attenzione, è stato quello circa le conseguenze che la gente teme si possano verificare: il 32% delle persone teme un conflitto armato che coinvolga Italia, NATO e ONU; il 30% invece un’orda di ben 300.000 immigrati che entreranno nel nostro Paese. Per il secondo “pericolo” la soluzione la trova l’assessore regionale del Veneto Stival: “Bisogna fermare i possibili immigrati con i mitra”. Roba da far paura. Ma i dati non mi preoccupano perchè le conseguenze possibili costituiscono un pericolo, quanto perchè non capisco come mai i Governi si preoccupino di 300.000 immigrati (che sono un numero decisamente spropositato, poichè non credo che tutta l’eventuale popolazione emigrante venga in Italia, bensì si distribuisca in tutto il continente europeo), quando il dittatore liberticida Gheddafi sta finalmente per cedere. Trecentomila immigrati non sono paragonabili ad una nuova democrazia. Tra l’altro sono più che sicuro che, se questa democrazia dovesse nascere, quest’enorme massa di persone rientrerà nel proprio Paese. Un pericolo inutile, insomma.

Sono stati diversi i vertici indetti negli ultimi giorni per discutere e prendere provvedimenti in merito a questa vicenda: l’Europa si è detta pronta ad aiutare l’Italia per contrastare l’eventuale flusso migratorio, mentre gli altri organismi internazionali propongono una no-fly zone (notizia dell’ultim’ora: no di Germania e Russia, per cui proposta bocciata), mentre l’ONU minaccia la Libia di sostenere con le armi il popolo libico. Ma la politica estera va fatta con il pragmatismo, specie in questo caso, dove un intervento è più che necessario, non con inutili minacce, di cui Gheddafi tra l’altro neanche si preoccupa.

Sabato scorso nella mia scuola si è tenuta un’assemblea d’Istituto, nella quale abbiamo avuto con noi un rifugiato politico togolese, Kossy, costretto a fuggire dal proprio Paese dal regime, anch’esso liberticida, del Presidente Faure Gnassingbè, che, dopo aver fatto fuori con l’esercito più di tre milioni di persone, ha duramente picchiato tutta la sua famiglia che non ha voluto rivelare dove si trovasse. Lì la gente vive da oltre quarant’anni una situazione di perenne dittatura, sporcata peraltro anche dal rovescio del risultato elettorale delle elezioni concesse dal Presidente nel 2005, che si era conclusa con una vittoria del partito UFC di Kossy, che ha ottenuto il 98% delle preferenze.

Una riflessione adesso è d’obbligo: perchè le varie nazioni e organismi internazionali si adoperano in favore dei rivoltosi solo quando vi è un pericolo di emigrazione di massa e non quando vi è un effettivo bisogno di portare la democrazia in ogni Paese del mondo?

Siamo di fronte all’ennesimo fallimento politico nel settore della politica estera, utile solo quando si stringono accordi economici, poco importa se con personaggi come Putin, il “dono di Dio”, Lukashenko, che è “amato dal suo popolo”, Gheddafi, “un leader dalla grande saggezza”, e non quando bisogna detirannizzare un Paese che subisce continuamente censure e repressioni violente?

A voi le dovute riflessioni.

Nel frattempo, un invito all’ONU di occuparsi anche del caso Togo ed offro personalmente un ticket per una visita medica all’assessore del Veneto Stival, che ne ha urgente bisogno.

W LA DEMOCRAZIA

In: Democrazia, Europa, Sicurezza e difesa

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