E la Sicilia?

30 agosto 2010 | Di: Giuseppe Scialabba

A volte mi chiedo se la mia terra, la Sicilia, faccia davvero parte dell’Italia. I dubbi sono sempre più verosimili, perché vedo che anche Berlusconi nel suo programma elettorale in cinque punti l’ha dimenticata, oppure, ipotesi poco più plausibile della precedente, neanche sappia cosa sia.

Ma il discorso non riguarda solo Berlusconi, ma tutti i governatori del passato. A partire da quando la Sicilia faceva parte del Regno delle Due Sicilie, l’economia dell’isola è stata una forma di sopravvivenza, escluso il settore primario. La Sicilia è stata leader indiscussa nel settore, ed è proprio grazie a questo, ed alla decisione di proteggere i prodotti della terra dalla concorrenza straniera, sono arrivati capitali sufficienti per cominciare a investire anche nel settore secondario, quello delle industrie. Queste erano sì poche, ma comunque abbastanza produttive e di medie dimensioni.

Negli ultimi anni pre-unitari il governo borbonico tese soprattutto a concentrare l’economia del Regno nelle aree intorno a Roma e Napoli. Proprio a Napoli sorsero le prime reti ferroviarie, mentre a Bari vi fu l’unica banca, il Banco delle Due Sicilie. Dopo la spedizione dei Mille, invece, la Sicilia si ritrovò la regione più arretrata d’Italia: la sua economia si basava ancora sull’agricoltura tradizionale, e non tardarono ad arrivare i primi problemi, primo tra tutti il brigantaggio.

Nel 1861 l’economista classico-liberal americano G.Hildebrand enunciò: “In mancanza di un drastico intervento dello Stato, il Mezzogiorno era condannato fin dall’inizio; incapace com’era di difendersi, poteva solo tentare di diminuire in qualche modo l’enorme divario che lo separava dal Nord più fortunato”. Tutto vero, perché mentre al Nord l’economia era di tipo capitalistico, al Sud era ancora di tipo precapitalistico, che si rifaceva al tipo feudale. Si venne così a creare nel Sud un periodo di sudditanza finanziaria che ne impediva lo sviluppo.

La situazione divenne via via più drastica: basti pensare che nel 1865 l’87,1% del capitale delle società per azioni era concentrato nel Nord-Ovest, il 2,2% nel Nord-Est, il 6,5% nel Centro ed il restante 4,2% nel Sud, ma la Sicilia non toccava nemmeno l’1%.. Adesso? Beh, adesso sicuramente la Sicilia è diversa da quella di allora, ma rimane comunque la regione più retrograda d’Italia. La sola industria fiorente nel territorio è quella della mafia, sì perché Sergio Marchionne ha deciso di toglierci pure la Fiat. La domanda mi sorge spontanea: perché tra cinque fabbriche, proprio quella di Termini Imerese? Perché non chiudere quella di Frosinone, o Mirafiori, o ancora Cassino e così via? Benissimo, a Tichy la situazione economica è sotto i livelli medi e gli stipendi dei lavoratori sono molto bassi, ma secondo lei, caro Marchionne, in Sicilia le persone stanno meglio? Sta mandando a casa migliaia di ragazzi e padri di famiglia. Provi a cambiare idea, chiuda uno stabilimento al Nord e lasci aperto quello di Termini Imerese. Tanto al Nord c’è quel fantapolitico di nome Umberto Bossi, che con tutto il denaro che ha ricavato dalle truffe in banche e quote latte, potrebbe creare un sistema industriale vastissimo.

Ma lasciamo stare il caso specifico della Fiat e torniamo al programma elettorale del Governo. Al punto 3 troviamo: Piano per il Sud, con completamento della Salerno-Reggio Calabria e proseguimento dei lavori sullo Stretto. Ma a me che me ne può importare del ponte sullo Stretto? Voglio dire, sì, potrebbe essere necessario, ma credo sia più necessario rimettere in sesto il sistema stradale, poco sviluppato.

E l’economia? Questa domanda la inoltro al nostro Presidente Raffaele Lombardo, che, su un fondo di 10 miliardi della CEE ne spende una minima parte e il resto lo rimanda indietro, quando i problemi da risolvere sono molti e i soldi sono pochi. E così è stato buttato al vento un fondo molto importante.

Onorevole Casini, io la stimo molto perché è al Sud che ha concentrato la sua attenzione; lei inoltre è stato l’unico a fermare chi ci accusava di essere un popolo di ladri, quando i ladri sono loro, e noi persone oneste che faticano per mandare avanti le proprie famiglie. Alle prossime elezioni pensi anche a noi, le saremo molto grati. Buona fortuna.

In: Famiglia, Lavoro, Politica, Società

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